Monteruga: il borgo fantasma nel cuore del Salento

Finché non lo si vede, non si crede che possa esistere un posto del genere. Un posto, incantato, magico, colmo di storie e di misteri, che ruotano attorno a quello che era un tempo, una proprietà privata in larga parte incustodita e lasciata marcire, un forziere scassinato e abbandonato al suo destino,un patrimonio dell’umanità che di umano serba solo le tracce ingiallite dal tempo. Qui, nell’agro di Veglie e all’incrocio tra i quattro feudi di Nardò, Avetrana, San Pancrazio Salentino e Salice Salentino, al confine di una collinetta che guarda il mare di Torre Lapillo, nel cuore dell’Arneo, sorge Monteruga segnalato ormai solo da cartelli stradali arrugginiti, il borgo fantasma nel cuore del Salento disabitato dagli anni ’80.

Monteruga
Piazza di Monteruga

Storia di Monteruga

Tutta la storia, il vissuto, le peculiarità del Salento e della sua gente, sembrano essere rappresentate da questo luogo.

  • Nacque in epoca fascista, quando in tutto il Salento fiorivano masserie e aziende agricole che dovevano portare all’autonomia del paese.
  • Ettari di terreno incolto che a partire dagli anni ’50 del Novecento vengono messi a disposizione dai contadini disposti a trasferirsi qui con la loro famiglia. Il villaggio ha origini più antiche, sorgendo attorno a quella che era una masseria fortificata, assume le sembianze attuali in epoca fascista.
  • Quella che era soltanto una masseria, sotto la gestione della società elettrica S.E.B.I. (Società Elettrica per Bonifiche e Irrigazioni, che poi diventerà l’ENEL) divenne un vero e proprio paese, che contava stabilmente 800 abitanti, suddivisi in 100/150 famiglie; conobbe il suo splendore negli Anni 50, con la coltivazione del tabacco e la produzione di vino, diventando soprattutto meta di persone, in particolare contadini delle zone limitrofe, che qui si trasferivano in cerca di lavoro e fortuna.
  • Si crea  una comunità autosufficiente, che in poco tempo a causa di problemi economici che interessarono la società proprietaria del paese, fu ceduto a privati e da qui iniziò il suo declino: l’azienda agricola venne privatizzata, il villaggio andò a svuotarsi e gli abitanti si spostarono nelle città vicine.

Prodotti locali

A Monteruga si produceva tabacco, olio e vino, e lo testimoniano i ruderi: uno stabilimento vinicolo, sulle cui pareti inneggiava una scritta fascista, utile, si diceva, per invogliare gli operai a lavorare: “Chi beve vino campa più a lungo del medico che glielo proibisce”. Passeggiando per le strade di questo paese abbandonato, si può vedere la chiesa di Sant’Antonio Abate (patrono del luogo), il campo da bocce, le case dei contadini, la caserma, le rimesse, gli uffici amministrativi, la scuola, il frantoio, il tabacchificio e gli altri prodotti agricoli coltivati nella stessa terra, dai contadini ed i coloni che raggiungevano questo posto da tutte le zona del Salento, anche dal Capo di Leuca.

Monteruga
Case di Monteruga

Tradizioni del borgo Monteruga

Ma Monteruga non era solo lavoro. Una grande famiglia, dove si condivideva ogni momento della vita. D’estate arrivavano anche i bambini dei campi estivi a portare gioia e allegria, si facevano grandi feste all’aperto, ci si imbellettava e si passeggiava.

Si festeggiavano i santi, come si conveniva. Era Sant’Antonio Abate il santo protettore di Monteruga, e ogni anno, il 17 gennaio, una grande processione attraversava il villaggio. Nei ricordi di chi quel luogo lo ha vissuto, pare indimenticabile la bellezza di quel giorno, soprattutto per chi al tempo era bambino e per la ricorrenza riceveva in dono un pallone di cuoio o una bambola.

Indelebili anche i ricordi legati all’annuale processione in onore del Corpus Domini, quando le donne, in segno di devozione, appendevano per strada, su fili di ferro, il loro corredo, faticosamente ricamato nelle poche ore di riposo. Erano bei momenti, in cui si annullavano le differenze sociali e di ruolo, e si stava tutti insieme: coloni, fattori, amministratori. A Monteruga sono nati amori, ci si è sposati, si sono cresciuti i figli, ma non si moriva. Qui non si celebravano i funerali, come se a predominare dovesse essere solo il trionfo della vita.

Le case cittadine

Ogni famiglia aveva la sua casa, tutte, tranne una, con il bagno in comune all’aperto. Le case dei coloni, una camera da letto e la cucina, erano disposte in fila e si rincorrevano per i tre lati del grande porticato che circondava la piazza principale, seguendo la regola “una porta, una famiglia”. Distante da queste abitazioni, la casa della maestra elementare, voluta in quel luogo per garantire quella che al tempo era definita l’“igiene morale”.

Monteruga oggi

Ad oggi Monteruga è una delle Ghost Town più famose d’Italia. Non è più quel paese ricco di vita e popolato da gente dinamica ed operosa, ma si presenta come un luogo deserto ed abbandonato. I suoi edifici sono ancora in piedi ma si presentano lugubri e impregnati di nostalgia per quel che è stato.

Nonostante i cartelli esterni che delimitano una proprietà privata, e lo scenario inquietante e desolante che si presenta, molti curiosi si avventurano ugualmente in questo angolo e pezzo di Salento dimenticato in terra d’Arneo , ad esplorare questo “scorcio di passato“, che continua a vivere, malgrado la sua triste storia, e a mostrare le sue caratteristiche più peculiari a tutti coloro che praticano ed amano il cosiddetto “turismo dell’abbandono”, ovvero il piacere che si può provare visitando tutti quei luoghi fantasma che puntellano il nostro territorio.

L’atmosfera della piazza abbandonata richiama i tanti film con scenari apocalittici. Sembra che il paese sia stato abbandonato da un momento all’altro e che la natura si stia impossessando dei suoi spazi in modo inesorabile.

Tuttavia, la bellezza del borgo non ha mai smesso di ammaliare i visitatori e se Monteruga ha dovuto fare i conti con lo spopolamento e la perdita della vitalità offerta dai suoi abitanti, oggi appare permeato da un fascino spettrale e nostalgico.

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Vincent Maria Brunetti

Vincent Maria Brunetti, uno dei personaggi più emblematici del panorama artistico meridionale, denominato anche la “libellula del sud” è uno dei pochi pittori, che ha fatto della sua vita una protesta, che è riuscito a svincolarsi dal “sistema” e dalla morsa dei galleristi, critici ed associazioni artistico culturali, costruendo il suo piccolo regno.