Cantanti pugliesi

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La Puglia è una regione che vanta tantissime bellezze paesaggistiche, naturali, artistiche, storiche, culturali e gastronomiche ma non solo…è anche la terra in cui sono nati tanti artisti del panorama musicale italiano che sono diventati famosi anche a livello mondiale. In questo articolo ti parleremo di alcuni dei cantanti pugliesi che hanno fatto la storia della musica italiana e non solo ma anche degli artisti di “nuova generazione” che la storia la stanno scrivendo.

I cantanti pugliesi che hanno fatto la storia della musica italiana

Sono tanti i cantanti famosi pugliesi dei giorni nostri ma anche quelli che hanno fatto la storia della musica italiana, primo fra tutti, un artista le cui canzoni sono conosciute e cantate in tutto il mondo.

  • Nel blu dipinto di bluè diventato un vero e proprio simbolo di italianità e il suo autore, Domenico Modugno, lo ricordano non solo le generazioni dei suoi anni ma anche i giovani di oggi. Nato a Polignano a Mare nel 1928, Modugno è stato un cantautore e chitarrista ma anche attore, regista e politico italiano.
  • Renzo Arbore, nato a Foggia nel 1937 è un cantautore, conduttore radiofonico, showman, autore e conduttore televisivo, regista, compositore, attore: un artista a tutto tondo che è un vero vanto per la Puglia.
  • Un altro cantautore pugliese è Nicola di Bari, nato a Zapponeta nel 1940. È fra gli artisti pugliesi e italiani più conosciuti all’estero, soprattutto in America Latina dove la sua musica è particolarmente apprezzata. Vinse il Festival di Sanremo nel 1971 con la famosa “Il cuore è uno zingaro” e l’anno successivo con “I giorni dell’arcobaleno”.
  • Fra i cantanti famosi degli anni ’70 (che tutt’ora riscuote molto successo), c’è Albano Carrisi, nato a Cellino San Marco nel 1943. Noto al pubblico per i grandi successi musicali e cinematografici insieme alla storica compagna Romina Power: “Felicità”, “Nostalgia Canaglia”, “Ci sarà“, “Cara Terra Mia”, “Oggi sposi”.
  • Fra le artiste che ben rappresentano la regione Puglia non si può non menzionare Anna Oxa, un mix di talento, espressività, innovazione che l’ha resa celebre al pubblico italiano. È nata a Bari nel 1961 e ha partecipato ben 14 volte al Festival di Sanremo, vincendolo due volte, nel 1989 con “Ti lascerò” insieme a Fausto Leali e nel 1999 con “Senza Pietà”.

Gli artisti pugliesi dei giorni nostri

  • I talent show, le giovani proposte del Festival di Sanremo, i social network, stanno sempre di più portando alla ribalta giovani artisti pugliesi. Alcuni di questi hanno raggiunto la fama grazie al programma televisivo “Amici” di Maria de Filippi. Alcuni esempi sono Alessandra Amoroso ed Emma Marrone.
  • Da menzionare anche il gruppo Boomdabash che vede la sua consacrazione al grande pubblico dopo la partecipazione al Festival di Sanremo 2019 con il brano “Per un milione”. Prima di questo debutto, erano conosciuti per brani con intere strofe cantate nel dialetto salentino, un vero e proprio inno alle loro radici.
  • Un’altra band salentina che deve il suo nome proprio ad un vino tipico di questa zona sono i Negroamaro. Dalla partecipazione a Sanremo del 2005 con il singolo “Mentre tutto scorre”, è un susseguirsi di successi fino a giungere ai live a San Siro.
  • Molto legato alle sue origini tarantine, pur non essendo nato in Puglia, è Diodato. Il 2020 è di certo stato il suo anno dopo la vittoria al Festival di Sanremo con l’emozionante brano “Fai rumore” con cui ha vinto anche il Premio della critica “Mia Martini” e il Premio della sala stampa “Lucio Dalla”.
  • Non si può non menzionare, fra i cantanti pugliesi, anche uno fra i primi fautori della musica rap in Italia, Caparezza, nome d’arte di Michele Salvemini. Nato a Molfetta nel 1973, deve la sua fama alla sua abilità di scrittore di testi pungenti, riflessivi e a volte di protesta. “Fuori dal tunnel” del 2003 è il primo brano con cui diventa famoso al grande pubblico.
  • Sono ancora tanti gli artisti pugliesi di spicco della musica italiana, fra cui non si possono dimenticare Raf, di Margherita di Savoia e Dolcenera, artista rock dalla voce grintosa e potente, originaria di Galatina.

Le bellezze della Puglia attirano ogni anno migliaia di turisti che apprezzano di questa terra le spiagge, l’arte, la storia, la cucina e molto altro. Ad essere rapiti dagli scenari mozzafiato che questa regione ha da offrire sono anche tanti registi (spesso di fama internazionale) che decidono di ambientare i loro film in questa splendida cornice. Negli anni infatti sono stati tantissimi i set cinematografici allestiti nella regione, anche grazie all’attività svolta dalla Fondazione Apulia Film Commission. Se siete appassionati di cineturismo e siete rimasti affascinati dalla Puglia grazie ad alcuni film girati qui, questo articolo fa al caso tuo.

Elenco dei più celebri film girati in Puglia

AMICI COME NOI

Amici come noiè un film con protagonista il duo comico pugliese Pio e Amedeo, diretto dal regista Enrico Lando. Il paese del film è Monte Sant’Angelo, cittadina del Gargano patrimonio dell’Unesco per il Santuario di San Michele Arcangelo, suggestiva grotta in cui apparve l’Arcangelo. Le vicende sono anche ambientate a Foggia (città natale dei due attori). Tratta della storia di due amici trentenni, soci di un’agenzia di pompe funebri, e delle loro avventure: Pio è promesso sposo di Rosa, una giovane insegnante elementare e con lei progetta di trasferirsi a Belluno; Amedeo, invece, è single ma si diverte con diverse ragazze.

Poco prima delle nozze di Pio con Rosa, l’uomo viene a conoscenza di un video hard riguardante la sua futura moglie e quello diventa il pretesto, per il giovane, di fuggire con l’amico Amedeo verso Roma, lasciando il loro paese. Una serie di divertenti disavventure portano i due protagonisti a Milano dove Pio scopre che quella del video era solo una trovata di Amedeo per impedirgli di trasferirsi a Belluno.

MANUALE D’AMORE

Manuale d’amore 2 – Capitoli successivi” è il sequel di “Manuale d’amore“, diretto da Giovanni Veronesi. Come il primo film, la trama si suddivide in quattro episodi (Eros, La maternità, Il matrimonio e Amore estremo) che trattano temi che spaziano dalla difficoltà di avere un figlio ed il ricorso alla fecondazione assistita, un matrimonio gay, il tradimento di un marito con una donna più giovane dopo aver perso la passione con sua moglie e la relazione ossessiva di un giovane con la sua fisioterapista dopo esser divenuto vittima di un incidente stradale.

Fra i protagonisti ci sono i pugliesi Riccardo Scamarcio e Sergio Rubini ma anche Fabio Volo, Carlo Verdone, Monica Bellucci, Barbora Bobul’ova’ e Claudio Bisio. Le riprese sono avvenute fra l’Italia (Roma, Cagli e Lecce) e la Spagna (Barcellona). Moltissime sono le scene girate nella città salentina e provincia come la scena del matrimonio della sorella di Fosco (Sergio Rubini) ambientata nella Chiesa di San Lorenzo a Lizzanello. Di Lecce compaiono Piazza del Duomo, Piazza Sant’Oronzo, la Fontana dell’armonia, Piazzetta Arco di Prato e Palazzo Rollo.

MINE VAGANTI

Mine vaganti” di Ferzan Ozpetek ha, fra gli altri interpreti, i pugliesi Riccardo Scamarcio e Lunetta Savino, con Elena Sofia Ricci, Nicole Grimaudo ed Ennio Fantastichini. Il film è inscenato nel Salento ed in particolare a Lecce dove è possibile riconoscere Piazza Sant’Oronzo e Via Paladini, le spiagge di Gallipoli e un vero Pastificio di Corigliano d’Otranto. Il film narra del giovane Tommaso Cantone, salentino d’origine, che lascia la sua terra, troppo tradizionalista e bigotta, per trasferirsi a Roma e poter vivere in tranquillità la sua relazione omosessuale con Marco. Prende la decisione di fare coming out con la sua famiglia e per questo si ritrasferisce a Lecce dove, fra una serie di avvenimenti, deve prendere il coraggio per rivelare il suo orientamento sessuale.

IO CHE AMO SOLO TE

Io che amo solo teè una commedia diretta da Marco Ponti con protagonisti Riccardo Scamarcio e Laura Chiatti, che interpretano Chiara e Damiano, due giovani promessi sposi di Polignano a Mare. I due innamorati vengono a sapere che molti anni prima anche i loro genitori, Ninella (madre di Chiara) e Don Mimì (padre di Damiano), stavano per sposarsi ma per una serie di disavventure non ebbero il loro lieto fine. Le riprese del film sono avvenute appunto a Polignano a Mare, bellissima città della provincia di Bari, famosa anche per aver dato i natali a Domenico Modugno e per le sue acque cristalline che attirano ogni anno migliaia di turisti. Protagoniste di altre scene sono anche le città vicine come Monopoli, Turi, Fasano e Martina Franca.

L’UOMO NERO

L’uomo nero” è un film diretto e interpretato da Sergio Rubini che ha scelto di inscenare le vicende trattate, nella sua regione. Fra l’altro, anche un altro protagonista del film è pugliese, Riccardo Scamarcio; completano il cast, fra gli altri, Valeria Golino e Anna Falchi. “L’uomo nero” parla del ritorno di Gabriele Rossetti nel suo paese di origine (San Vito, con riferimento forse a San Vito dei Normanni dove sono avvenute molte riprese) per vegliare su suo padre Ernesto, gravemente malato. È proprio durante quest’occasione che Gabriele rivive flashback della sua infanzia e del suo rapporto, a volte tormentato, con il padre, ex capostazione del paese ed amante dell’arte e della pittura.

Oltre a San Vito dei Normanni, gli altri ciak sono avvenuti a Brindisi e provincia (Mesagne, Oria, Torre Santa Susanna); a Manduria, in provincia di Taranto e a Bari e provincia (Altamura, Modugno, Giovinazzo e Acquaviva delle Fonti). Una curiosità è che nel film compare anche la città natale di Sergio Rubini, Grumo Appula nelle scene che ritraggono un vecchio treno appartenente alle Ferrovie Appulo Lucane.

TOLO TOLO

Tra i film più celebri girati in Puglia non si può non menzionare il film campione d’incassi: “Tolo Tolo. Si tratta dell’ultimo dei successi cinematografici di Luca Medici, in arte Checco Zalone, regista, attore e comico barese. Dopo il fallimento dell’apertura di un ristorante giapponese nel suo paese Spinazzola, Checco, sommerso dai debiti, decide di fuggire dal fisco in Africa, dove trova lavoro come cameriere in un resort del Kenya. Oltre che in Marocco, in Kenya e a Malta, sono moltissime le riprese avvenute a Bari, Acquaviva delle Fonti, Gravina in Puglia, Minervino Murge, Monopoli, Poggiorsini, Spinazzola e Torre Guaceto. Il film ha riscosso talmente tanto successo al botteghino da divenire il quinto con maggior incasso in Italia e il terzo film italiano (dopo “Quo vado?” e “Sole a Catinelle“, sempre di Checco Zalone).

SEI MAI STATA SULLA LUNA?

Sei mai stata sulla Luna?” è un film di Paolo Genovese con protagonisti Raoul Bova (Renzo), Neri Marcorè (Pino), Giulia Michelini (Carola), Pietro Sermonti (Marco) e Liz Solari (Guia). La vicenda narra di Guia, una ragazza italo-spagnola direttrice di una famosa rivista di moda, oberata di lavoro e di trasferte fra Milano e Parigi, sempre accompagnata dal suo fidanzato Marco e dall’assistente Carola.

Dopo anni di lavoro, Guia, alla morte del padre, eredita una dimenticata masseria in Puglia dove da piccola trascorreva l’estate ed è proprio qui che incontra il fattore Renzo, con il quale vive un rapporto di amore e odio. A fare da cornice al film sono diversi paesi salentini, Nardò, Galatina, Crispiano, Martina Franca e Brindisi. Una curiosità è che dopo le riprese del film, Raoul Bova, catturato dalla bellezza dei posti della Puglia, ha acquistato una masseria ad Ostuni.

ODIO L’ESTATE

Odio l’estate” è uno dei film del 2020 girati in Puglia, diretto da Massimo Venier e con protagonista il trio comico Aldo, Giovanni e Giacomo. I personaggi principali sono tre uomini con vite apparentemente normali e con i soliti problemi familiari: questi si incontrano durante una vacanza al mare su un’isola del Sud dove, a causa di un errore dell’agenzia viaggi, scoprono di aver affittato la stessa abitazione. La soluzione per le tre famiglie è quella di condividere l’appartamento: questo diventa il pretesto per i tre uomini di conoscersi e di confrontarsi sulle loro vite.

Le scene girate in Puglia fanno riferimento in realtà a diverse città: più volte appaiono Bari e il centro storico e Mola di Bari ma non mancano spettacolari location del Salento (Otranto con il Lungomare degli Eroi, Ugento, Santa Cesarea Terme, i Laghi di Alimini e Lecce). Ancora, San Pancrazio Salentino, in provincia di Brindisi e Ginosa e Castellaneta Marina, in provincia di Taranto.

SI VIVE UNA VOLTA SOLA

Si vive una volta sola, è una commedia diretta ed interpretata da Carlo Verdone. L’uscita al cinema era prevista per il 26 febbraio 2020 ma è stata posticipata per via del Coronavirus. La trama gira intorno alla troupe medica guidata dal professor Umberto Gastaldi. Questi sono tanto esperti nella propria professione quanto inaffidabili e goffi nelle loro vite private.

Quando Umberto, Lucia e Corrado scoprono che Amedeo è molto malato, invece di dirglielo, decidono di organizzare un viaggio on the road per le spiagge della Puglia con l’intento di riuscire a rivelare la drammatica verità al loro collega e amico. Carlo Verdone si è mostrato entusiasta di aver ambientato il film in molte città pugliesi, dichiarando di aver ricevuto da queste molta energia e di aver scoperto un grande senso di solidarietà da parte della gente del posto. In particolare, le città protagoniste del film sono Bari, Monopoli, Polignano a Mare, Castro e Otranto.

Questi sono solo alcuni dei film girati in Puglia (perché la lista di titoli sarebbe ancora molto lunga, considerando che la regione ha ospitato anche i set di molte serie TV di successo). In futuro, non mancheranno di certo altre occasioni per ammirare la bellezza della Puglia, in TV o al cinema.

Ci sono luoghi in cui le feste e le occasioni per unire socialità a musica, danza e buon cibo si alternano per tutto il corso dell’anno. Il Salento è uno di questi posti e proprio per via di una spiccata presenza di feste all’aperto e occasioni da condividere in “piazze” e luoghi pubblici, la tradizione del cibo di strada, è molto forte e presente. Dalle feste religiose che diventano occasione di concerti e momenti di condivisione e spettacoli che lasceranno senza fiato, agli stand enogastronomici che accompagnano tutte le manifestazioni. A stimolare il palato e a fare gola non saranno i soliti hamburger e patatine fritte, ma originali e inediti piatti preparati all’istante e pronti da gustare passeggiando per le vie delle più belle città italiane. Parliamo del primo format interamente salentino dedicato al cibo di strada di qualità: lo Street Food salentino.

Scapece Gallipolina

Colpisce prima per i suoi colori e poi per il suo odore da far venire l’acquolina, per il suo sapore forte e prelibato: la scapece è un piatto antico, dei tempi in cui le battaglie e le invasioni in questa terra di conquista tenevano gli abitanti chiusi nelle mura e nell’impossibilità di avere altro cibo se non quello a lunga conservazione. Il pesce di piccola taglia immerso in pane, sale e zafferano era tra questi.

Oltre ai ristoranti e trattorie di Gallipoli e zone limitrofe, la scapece viene servita durante le feste patronali e nelle sagre.

Scapece salentina
Scapece salentina

Il Rustico leccese: lo street food salentino per eccellenza

È probabilmente lo street food che maggiormente contraddistingue il Salento, è il tipico cibo di asporto da bar ma è anche molto amato dai locali durante gli aperitivi e come spuntino veloce nelle pause pranzo di poco tempo. Il rustico è composto da una sfoglia circolare ripiena e cotta al forno. Anche qui due scuole di pensiero, riconoscibili in due bar di Lecce: da un lato Natale, probabilmente il più amato dai leccesi, propone un ripieno a base di besciamella e pomodoro, dall’altro Citiso il cui rustico è farcito con la mozzarella, che si dice sia in realtà la preparazione originale e tradizionale.

rustico leccese
Rustico leccese ©katrinshine via Canva

Olive Piccanti

Sono un must per le feste patronali e in diverse sagre. La primavera è il momento in cui sono più gradite, insieme all’estate, per via della loro perfetta adattabilità a birra fredda e bevande fresche. In realtà si possono anche trovare, insieme a lupini, noci, frutta secca nel “mercato grande” di Lecce che si tiene ogni lunedì e venerdì in Viale dello Stadio!

Calzone fritto

Si tratta di una mezzaluna di pasta fritta della lunghezza di circa 15 centimetri ripiena di pomodoro a pezzetti e mozzarella. Il calzone fritto è la versione mignon del panzerotto barese, tanto che gli appetiti più vigorosi non si fermano mai a uno solo!

calzone fritto salentino
calzone fritto salentino

Frisa

Immergerla nell’acqua per pochi istanti è quasi un rito, poi si condisce con olio d’oliva, pomodorini paesani, sale e origano. Il più importante dei simboli della gastronomia salentina consiste in un panetto di grano duro cotto, tagliato a metà e lasciato a biscottare nel forno.

frisa salentina
frisa salentina

Fish & chips alla leccese

Per strada o nei ristoranti più chic, basta un cono di carta paglia e la versione salentina del “fish and chips” è servito.

La rivisitazione del celebre piatto britannico è una novità che l’associazione Slow Food Puglia propone da qualche anno in occasione di kermesse gastronomiche. Oltre alle patate il piatto è composto dalla frittura di paranza, soprattutto a base di calamari, seppioline, polpi e fracaja, il nome con cui i salentini indicano i pescetti piccoli che possono essere mangiati solo stagionalmente, causa fermo biologico. Ad Otranto si trovano alcuni dei migliori ristoranti dove poterla assaggiare.

Puccia

Si tratta di un pane con un impasto simile a quello della pizza, ma con tempi più ridotti di lievitazione. La puccia è farcita nelle maniere più disparate: con salumi, formaggi, verdure grigliate o arrosto (come i peperoni), salse, carne. C’è anche chi ha rivisitato il gyros, piatto tipico della Grecia, utilizzando la puccia al posto della pita e farcendola con tzatziki o con maionese.

Puccia salentina
Puccia salentina ©milla1974 via Canva

Pettole: street food salentino tipico delle feste natalizie

Se nelle case sono un cibo tipico delle festività invernali, nelle sagre di paese le pettole diventano adatte a tutte le stagioni, affollando gli stand dai quali proviene il loro profumo invitante. Hanno una storia antica e prendono nomi differenti secondo la zona dialettale. Le varianti più frequenti sono a base di cavolfiore, alla pizzaiola o vuote, cioè a base di sola pasta fritta.

pittule salentine
pittule salentine ©foodphotographer.puglia via Canva

Pasticciotto

E’ il re dei dolci salentini, erroneamente chiamato pasticciotto leccese, ma non è nato nel capoluogo, bensì a Galatina nella storica bottega della famiglia Ascalone, ancora esistente. Si narra che a seguito di una produzione di torte con la crema, al pasticciere fosse avanzata della pasta frolla e della crema e abbia deciso di recuperare tutto in piccolo creando il pasticciotto. La realizzazione di questo dolce tipico presenta scuole di pensiero differente: ci sono pasticcieri che preparano la pasta frolla con lo strutto, come avviene per una delle numerose versioni della pastiera napoletana, altri che preferiscono grassi meno invadenti nell’odore e nel sapore, come il burro. Qualcuno mette uno strato di marmellata o crema di nocciole o cioccolato sul fondo per dare stabilità al dolce. Qualche anno fa, nella pasticceria Chèri di Campi Salentina, è nata una variante del pasticciotto classico, l’Obama, interamente al cioccolato.

pasticciotto leccese
pasticciotto leccese ©sabinoparente via Canva

Panino con pezzetti di cavallo

Il panino con i pezzetti di cavallo è un must dello street food salentino: lo incontriamo nelle sagre di paese, sui camioncini dove viene preferito all’hamburger o all’hot dog e nelle piccole osterie da asporto. In una pignata di terracotta si mettono a cuocere i pezzetti di cavallo con olio di oliva, carota, sedano e cipolla, ma non direttamente sul fuoco, piuttosto con un lato del tegame adiacente alla fiamma, rivoltando i pezzetti di tanto in tanto, finché non termina la cottura.

Municeddhre

Non è propriamente un piatto dello street food salentino perché viene servito anche in ristoranti e trattorie, ma nelle sagre e soprattutto durante la Festa della Municeddhra a Cannole (LE), in estate, si può trovare anche in versione cibo da strada. Municeddhre è il nome generico per le lumache piccole e marroncine, con o senza la panna, ossia lo strato di pellicola con cui le lumache si chiudono in letargo: queste sono soffritte e servite con il loro sughetto. Disponibili come street food anche le cozze piccinne, lumache piccole e bianche che vengono bollite e servite con olio di oliva e origano. Ci sono infine i murruni, lumache grandi e marroni che vengono preparate come una variante delle francesi escargot, a testimoniare come i normanni siano stati qui un bel po’.

municeddhe salentine
municeddhe salentine ©foodphotograpger.puglia via Canva

Quello che vorrei raccontarvi sembrerebbe una fiaba che comincia con un: “C’era una volta.” Ma, in realtà, questo luogo fantastico esiste per davvero e il protagonista è un artista che vive a Guagnano, a 20km da Lecce. Si scorge in lontananza, nascosto tra vigneti e alberi di ulivo, un luogo “sacro” e di pace, dove l’arte prende vita: la casa di Vincent Maria Brunetti, meglio nota come VINCENT CITY. L’eremo è una via di mezzo tra le architetture di Gaudì e la casa di Hansel e Gretel: un luogo fuori dal tempo, dove l’arte diventa balsamo per l’anima. Qui la bellezza è ricca di colori, sfumature, dove ogni linea dà volto ai sentimenti dell’artista, ricamando le sue idee, i suoi pensieri, incastonati come coloratissime gemme lungo le pareti di ingresso. Un luogo voluto per raccontare il mondo interiore del suo fantasioso creatore: mosaici, icone, sculture e quadri decorano l’edificio.

Dopo che ho avuto la crisi esistenziale, ho fatto 10 anni di vita mistica, religiosa. Mi sono scontrato con delle realtà negative, anche con il sistema della chiesa.

Sognavo una chiesa colorata, dove non ci fosse la sofferenza, avevo una visione gloriosa della fede; anziché vedere Gesù crocifisso, vedere Gesù risorto. Allora in questa resurrezione mi è venuta l’idea di creare per lui, una chiesa nuova piena di colori, che sia in contrasto con il vecchio.

Io sono “figlio del nuovo” non posso stare sul già fatto di un altro.

Su questo fazzoletto di terra ho visto un “nuovo mondo”, l’ho immaginato e da lì ho visto il paese con la chiesa che però l'ho consacrata all’ arte. L'idea me l'ha data papa Wojtyla, quando disse che un giorno il mondo sarà guidata dagli artisti; cioè un artista re, un re che sia vicino al suo popolo, che sia come la gente umile. 

L'umiltà, quindi la capacità di fare qualcosa per gli altri, uscire da me stesso per allargare l’animo mio verso l’umanità, quindi ho superato tutte le cose umane, la legge terrena. Ho superato anche la miseria, perché l'arte mi ha fatto principe! Sono consapevole di chi sono, sono consapevole dell'ampiezza della mia anima. Ho fatto tutto abusivamente, quando ancora si poteva fare, perché il Signore Dio mi ha predestinato in tutte le tappe della mia vita. E questa è l'espressione più bella della libertà, cioè l'artista re libero, non condizionato.

Io ho fatto la casa solo per l'arte, una volta gli artisti lavoravano per i nobili, per i papi, per i re per poter creare. Io l'ho fatto da solo con le mie forze, per cui l'arte per l'arte fine a sé stessa!

I quadri sono come dei figli per me, che vanno nel mondo per ampliare questo mio bisogno di bellezza, da far toccare anche agli altri. I quadri sono come delle sentinelle, delle bombe positive che entrano per immunizzare tutto il marcio che c' è in giro.”
Dopo che ho avuto la crisi esistenziale, ho fatto 10 anni di vita mistica, religiosa. Mi sono scontrato con delle realtà negative, anche con il sistema della chiesa. Sognavo una chiesa colorata, dove non ci fosse la sofferenza, avevo una visione gloriosa della fede; anziché vedere Gesù crocifisso, vedere Gesù risorto. Allora in questa resurrezione mi è venuta l’idea di creare per lui, una chiesa nuova piena di colori, che sia in contrasto con il vecchio. Io sono “figlio del nuovo” non posso stare sul già fatto di un altro. Su questo fazzoletto di terra ho visto un “nuovo mondo”, l’ho immaginato e da lì ho visto il paese con la chiesa che però l’ho consacrata all’ arte. L’idea me l’ha data papa Wojtyla, quando disse che un giorno il mondo sarà guidata dagli artisti; cioè un artista re, un re che sia vicino al suo popolo, che sia come la gente umile. L’umiltà, quindi la capacità di fare qualcosa per gli altri, uscire da me stesso per allargare l’animo mio verso l’umanità, quindi ho superato tutte le cose umane, la legge terrena. Ho superato anche la miseria, perché l’arte mi ha fatto principe! Sono consapevole di chi sono, sono consapevole dell’ampiezza della mia anima. Ho fatto tutto abusivamente, quando ancora si poteva fare, perché il Signore Dio mi ha predestinato in tutte le tappe della mia vita. E questa è l’espressione più bella della libertà, cioè l’artista re libero, non condizionato. Io ho fatto la casa solo per l’arte, una volta gli artisti lavoravano per i nobili, per i papi, per i re per poter creare. Io l’ho fatto da solo con le mie forze, per cui l’arte per l’arte fine a sé stessa! I quadri sono come dei figli per me, che vanno nel mondo per ampliare questo mio bisogno di bellezza, da far toccare anche agli altri. I quadri sono come delle sentinelle, delle bombe positive che entrano per immunizzare tutto il marcio che c’ è in giro.”

Vita di Vincent Maria Brunetti

Vincent Maria Brunetti, uno dei personaggi più emblematici del panorama artistico meridionale, denominato anche la “libellula del sud” è uno dei pochi pittori, che ha fatto della sua vita una protesta, che è riuscito a svincolarsi dal “sistema” e dalla morsa dei galleristi, critici ed associazioni artistico culturali, costruendo il suo piccolo regno.

Artista, pittore, scultore nato a Guagnano (LE) il 3 Dicembre 1950, fu colpito in giovane età dalla poliomielite riesce a recuperare le forze tramite la cura di Mariano Orrico, ideatore di “Lamina Bior”, secondo il quale ogni genere di malattia può essere sconfitta con il principio dell’elettricità statica. Proprio grazie a questo metodo Brunetti ha potuto recuperare la sua gioia di vivere, che oggi riesce ad esprimere tramite la sua danza propiziatoria. Brunetti è stato artista bohémien a Milano, dove nel 1970 gli è stato conferito l’Ambrogio d’oro. La sua arte è stata apprezzata e incoraggiata da Giacomo Manzù e Arnaldo Pomodoro che lo ha accolto come apprendista nella sua bottega. Si è poi raccolto in ritiro spirituale durante il quale ha avuto un’ispirazione e, tornato nel Salento, nel 1993 ha costruito Vincent City.

La costruzione della struttura ha causato non poche difficoltà dal punto di vista burocratico e l’artista è stato arrestato per abusivismo edilizio. La condanna non lo ha però fermato e la sua “casa” risulta attualmente un cantiere in continua evoluzione. Qui l’artista accoglie mensilmente centinaia di appassionati e curiosi che, oltre a visitare la casa-museo, acquistano le sue opere e godono spesso dello spettacolo che l’estro e la sana follia del maestro regalano. Il suo sorriso coinvolge e cattura. Sembra che sprigioni un’intensa energia, l’energia di cui Vincent si dice posseduto dopo la poliomielite. Molti lo definiscono un artista eccentrico ed esuberante, alcuni lo considerano un abile imprenditore, altri non approvano la sua condizione abusiva, ma di certo Brunetti risulta un personaggio sopra le righe attorno alla cui figura aleggia un alone di fascino che è la chiave del suo successo.

Vincent Maria Brunetti
Vincent Maria Brunetti

Intervista

Visitare la casa museo e conoscere Vincent, un personaggio folle e straordinario, è stata un’esperienza unica. Un incontro con Vincent Maria Brunetti non è solo un incontro con un artistico eclettico e stravagante ma è l’incontro con un’anima. Dopo aver vissuto e lavorato per più di 20 anni a Milano, ha deciso di abbandonare la vita corrotta e mercificata della metropoli, per fare ritorno nel suo luminoso Salento, dove oggi conduce una vita eremitica. “Ho sentito il bisogno di isolarmi per capirmi meglio, per conoscere e per dare, così, il meglio di me agli altri…sotto forma di arte”. Completamente disinteressato al mondo esterno, l’unico obiettivo di Vincent è quello che la gente che frequenta la sua casa, goda della bellezza. Ogni giorno è un giorno aperto alla felicità, un’avventura giornaliera per un viaggio che, come lui stesso mi ha confidato, si concluderà nel 2090 (quando se ne andrà volando!).

1 Chi é Vincent Maria Brunetti? Come è nato questo nome?

“Il nome Vincent è nato (mi è stato attribuito) da un gallerista di Milano, Roberto Margara, che lo conoscevo da quando avevo 23-24 anni, poi ho avuto una crisi esistenziale a seguito ad un incidente stradale e da lì, mi allontanai da Milano per molto tempo. Passato questo brutto periodo, ritornai e reincontrai questo gallerista, il quale mi promise che avremmo fatto una mostra di quadri. Lui mi disse che per la mostra sarebbe servito un altro nome: Vincent (molto probabilmente in memoria del grande Vincent Van Gogh). La mostra non si fece più, ma quel nome mi rimase nel cuore. Da allora tutte le persone che abitavano vicino casa mia, i familiari hanno iniziato a chiamarmi così! é nato tutto per gioco…e adesso non posso più tradire questa realtà!”

2 Come é nata l’esigenza di costruire l’eremo, la sua casa?

“Dopo che ho avuto la crisi esistenziale, ho fatto 10 anni di vita mistica, religiosa. Mi sono scontrato con delle realtà negative, anche con il sistema della chiesa.

Sognavo una chiesa colorata, dove non ci fosse la sofferenza, avevo una visione gloriosa della fede; anziché vedere Gesù crocifisso, vedere Gesù risorto. Allora in questa resurrezione mi è venuta l’idea di creare per lui, una chiesa nuova piena di colori, che sia in contrasto con il vecchio.

Io sono “figlio del nuovo” non posso stare sul già fatto di un altro.

Su questo fazzoletto di terra ho visto un “nuovo mondo”, l’ho immaginato e da lì ho visto il paese con la chiesa che però l’ho consacrata all’ arte. L’idea me l’ha data papa Wojtyla, quando disse che un giorno il mondo sarà guidata dagli artisti; cioè un artista re, un re che sia vicino al suo popolo, che sia come la gente umile.

L’umiltà, quindi la capacità di fare qualcosa per gli altri, uscire da me stesso per allargare l’animo mio verso l’umanità, quindi ho superato tutte le cose umane, la legge terrena. Ho superato anche la miseria, perché l’arte mi ha fatto principe! Sono consapevole di chi sono, sono consapevole dell’ampiezza della mia anima. Ho fatto tutto abusivamente, quando ancora si poteva fare, perché il Signore Dio mi ha predestinato in tutte le tappe della mia vita. E questa è l’espressione più bella della libertà, cioè l’artista re libero, non condizionato.

Io ho fatto la casa solo per l’arte, una volta gli artisti lavoravano per i nobili, per i papi, per i re per poter creare. Io l’ho fatto da solo con le mie forze, per cui l’arte per l’arte fine a sé stessa!

I quadri sono come dei figli per me, che vanno nel mondo per ampliare questo mio bisogno di bellezza, da far toccare anche agli altri. I quadri sono come delle sentinelle, delle bombe positive che entrano per immunizzare tutto il marcio che c’ è in giro.”

3 Cosa rappresenta l’arte per lei? Come é nata questa passione?

 “…avevo 8 anni, mio padre era in Francia a lavorare, era il 1958. Una sera mia madre (disegnava modelli perché era sarta) tracciò con una matita su un foglio il profilo di un volto umano. Quale meraviglia non fu per me quel disegno: fu una folgorazione. Era la prima volta che vedevo disegnare qualcuno e da lì giurai a me stesso che da grande avrei fatto l’artista. A 13 anni fui mandato in collegio e c’erano 4 materie: meccanica, legatoria, elettronico e fotografia. Scelsi fotografia, ma il mio professore Pompeo Melotti, artista anche lui, venne a sapere che ero appassionato di disegno.

Da qui iniziai ad avere la passione per l’arte…è nato così, perché doveva succedere!” Poi continua: L’ arte rappresenta tutto! Io ho dato la vita per l’arte. Ho coltivato continuamente il culto della bellezza, ho avuto dei modelli sani, puliti, grazie anche ai miei educatori che erano cristiani. Ho spento la materialità per innalzare lo spirito. Quando ho scoperto la vita dello spirito, dell’anima, la mia vita è cambiata. E poi avevo un sogno, quello di essere felice!

Tutti gli amici di Milano dicevano che non si può essere felici, che la felicità è un momento. io dicevo no! Se è vero che la felicità esiste, vuol dire che deve esistere, si tratta solo di trovarla! La chiave è nel Vangelo, quindi, nella resurrezione. Il sacrificio è un momento, come il parto che è momentaneamente un dolore, ma che dopo diventa felicità con la nascita di una nuova vita.”

 4 Cosa vuole esprimere o suscitare attraverso i suoi quadri?

Interesse per l’arte. Noi abbiamo un sistema in Italia dove l’arte non è contemplata, perché si pensa che con l’arte non si mangia, che gli artisti sono pazzi e che l’arte è solo per gli intellettuali. Per me dipingere significa creare, suscitare emozioni e così facendo coinvolgo la gente nell’atto creativo, infatti sembra come fosse inebriata, entra in catalessi. Il mio scopo è quello di farla rilassare, di farla innamorare della bellezza artistica attraverso la cromoterapia, che salvifica.

Quindi lo scopo è terapeutico, è una medicina per l’anima.”

5 Quanto ha influito il Salento, terra ricca di storia, arte e cultura, nella sua creatività?

È stata proprio la lontananza dalla terra natale che ha incentivato Vincent ad “infiammare” la sua tavolozza, carica dei colori della sua amata terra. “Altroché! Quando ero a Milano, sì… i quadri erano colorati perché mi portavo dentro il Salento, visto che Milano era molto grigia. É profetico il fatto che Dio abbia scelto il Salento per far nascere la mia casa. Qui, sempre a stretto contatto con la natura nascerà il nuovo e cioè io, ed è qui che guiderò tutti verso la libertà!”

Eremo di Vincent Maria Brunetti
Eremo di Vincent Maria Brunetti

L’eremo di Vincent Maria Brunetti

Il suo intimo bisogno di isolamento nasce dalla volontà di esplorare sé stesso, capirsi, conoscersi e donare agli altri l’essenza più pura e vera di sé. Lui vive lontano dal caotico e spasmodico vivere frenetico e spersonalizzato e del resto la sua arte è un antidoto capace di alleviare tutto ciò. Ed è proprio qui, nel cuore del Salento, in quella pace che solo la natura sa regalare, che nasce l’eremo di Vincent, una città immaginaria, un posto indescrivibile, colorato, “strano”, dal gusto kitsch, direbbero i più, realizzato con materiali di recupero e col frutto della genialità estremamente folle di quest’artista che dal ’93 affascina salentini e non con le sue peripezie.

É un’isola felice dove l’artista riesce a trovare ispirazione per le sue opere, dando sfogo al suo eccentrico modo d’essere, specchio del suo mondo interiore: creatività, leggerezza e bellezza, sono i messaggi che si riflettono in queste opere. La sua casa è un luogo aperto a tutti coloro, che vogliono curiosare e ammirare le sue creazioni; è un punto di riferimento importante per quanti, ancora, amano il bello e tutto ciò che di pulito e onesto esce dal cuore e dalle mani dell’uomo, che permette un vero rilassamento psichico, una “catarsi collettiva” per numerosissimi amanti dell’arte, la quale viene definita “una divinità che ha bisogno dei suoi profeti.” 

L’ eremo è un luogo incantato, tra il fiabesco e l’inquietante ma ha un fascino particolare. Tutto ciò che contiene sembrerebbe non avere alcun senso ma è estremamente bizzarro ed inusuale. Inoltre è ricco di opere d’arte presenti all’esterno e all’interno, quasi a fare da guardia, impedendo alla modernità di entrare a sconvolgere l’equilibrio tanto desiderato. Qualcuno potrebbe trovarle eccessive e ridondanti, ma indiscutibilmente attraenti ed originali!  Nella casa museo si può trovare “tutto accostato a tutto “: il sacro e il profano, come dimostrano le riproduzioni di opere di soggetto religioso, accostate a quelle di statue pagane. Vi è, infatti, un duplice aspetto della personalità di Vincent: una fede molto salda e una forte propensione alla libertà, all’indipendenza.

Si possono trovare infatti, trasposizioni della Statua della Libertà, le Madonne cristiane, le torri gemelle, la Venere che emerge dalle acque, fiori, animali, così come paesaggi, poesie, addirittura peluche, che posiziona accanto ai volti dei grandi della storia, così per dare un tocco più “giocoso”. Impossibile non accorgersi delle tante decorazioni sgargianti e frasi misteriose, spesso criptiche impresse sulle pareti. Ogni angolo della casa è ricco di significati, poesie e dettagli che si allontano da lineari rigidi schemi, riuscendo a sorprendere i visitatori. Una straordinaria varietà coloristica e stilistica di piastrelle, utilizzate per la pavimentazione o per la composizione di mosaici, che rappresentano un puzzle capace di trascinare in un magico incanto, insieme a dipinti raffiguranti personaggi orientali e nature morte. I mosaici che coprono ogni superficie dello spazio sono, in realtà, opera di Orodè Deoro.

L’artista ha vissuto nella “Vincent City” per ben tre anni, dedicandosi all’arte pittorica e alla sperimentazione con il mosaico di ceramica. Le opere permanenti di Deoro sono moltissime: Il Trionfo di Bacco, Posters, Donna Ulivo e onda mediterranea, Mondoperapocalistoria (opera incompiuta), la penultima cena e molte altre ancora. All’interno è organizzata la mostra permanente delle opere del Brunetti, insieme con la pinacoteca dei suoi quadri in vendita.

Peter Pan salentino accoglie gli spettatori, seduto su uno sgabello intento a dipingere, correndo di qua e di là, in un forte bisogno di libertà.

Quella libertà che è nascosta nel cuore di ogni uomo e al suo “volo” esprime, il desiderio di liberarsi dal peso della materia (atteggiamento che gli è valso l’appellativo di “Libellula del sud”) trasportato dalla musica dance udibile anche dalla strada.

Luminoso e solare lo studio di Vincent Maria Brunetti, con tutti gli strumenti del mestiere a portata di mano.

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Giorno dopo giorno l’eremo di Vincent Maria Brunetti cresce su sé stesso, suscitando stupore e perplessità. lo comune di Guagnano, che voleva abbattere tutto con l’accusa di abusivismo edilizio, deve oggi ammettere che si tratta di una delle sue maggiori attrattive. Vincent non è solo l’artista noto e stravagante che ha creato il tutto dal nulla, ma è un singolare connubio di genio e (s)regolatezza! Vincent Brunetti non sarà stato, certo, capace di cambiare il mondo, ma ne ha creato uno nuovo, uno alternativo, dove tutto è riciclato o si ricicla, dove lui è il sovrano indiscusso e i suoi quadri e la sua arte sono i guardiani del regno.

Finché non lo si vede, non si crede che possa esistere un posto del genere. Un posto, incantato, magico, colmo di storie e di misteri, che ruotano attorno a quello che era un tempo, una proprietà privata in larga parte incustodita e lasciata marcire, un forziere scassinato e abbandonato al suo destino,un patrimonio dell’umanità che di umano serba solo le tracce ingiallite dal tempo. Qui, nell’agro di Veglie e all’incrocio tra i quattro feudi di Nardò, Avetrana, San Pancrazio Salentino e Salice Salentino, al confine di una collinetta che guarda il mare di Torre Lapillo, nel cuore dell’Arneo, sorge Monteruga segnalato ormai solo da cartelli stradali arrugginiti, il borgo fantasma nel cuore del Salento disabitato dagli anni ’80.

Monteruga
Piazza di Monteruga

Storia di Monteruga

Tutta la storia, il vissuto, le peculiarità del Salento e della sua gente, sembrano essere rappresentate da questo luogo.

  • Nacque in epoca fascista, quando in tutto il Salento fiorivano masserie e aziende agricole che dovevano portare all’autonomia del paese.
  • Ettari di terreno incolto che a partire dagli anni ’50 del Novecento vengono messi a disposizione dai contadini disposti a trasferirsi qui con la loro famiglia. Il villaggio ha origini più antiche, sorgendo attorno a quella che era una masseria fortificata, assume le sembianze attuali in epoca fascista.
  • Quella che era soltanto una masseria, sotto la gestione della società elettrica S.E.B.I. (Società Elettrica per Bonifiche e Irrigazioni, che poi diventerà l’ENEL) divenne un vero e proprio paese, che contava stabilmente 800 abitanti, suddivisi in 100/150 famiglie; conobbe il suo splendore negli Anni 50, con la coltivazione del tabacco e la produzione di vino, diventando soprattutto meta di persone, in particolare contadini delle zone limitrofe, che qui si trasferivano in cerca di lavoro e fortuna.
  • Si crea  una comunità autosufficiente, che in poco tempo a causa di problemi economici che interessarono la società proprietaria del paese, fu ceduto a privati e da qui iniziò il suo declino: l’azienda agricola venne privatizzata, il villaggio andò a svuotarsi e gli abitanti si spostarono nelle città vicine.

Prodotti locali

A Monteruga si produceva tabacco, olio e vino, e lo testimoniano i ruderi: uno stabilimento vinicolo, sulle cui pareti inneggiava una scritta fascista, utile, si diceva, per invogliare gli operai a lavorare: “Chi beve vino campa più a lungo del medico che glielo proibisce”. Passeggiando per le strade di questo paese abbandonato, si può vedere la chiesa di Sant’Antonio Abate (patrono del luogo), il campo da bocce, le case dei contadini, la caserma, le rimesse, gli uffici amministrativi, la scuola, il frantoio, il tabacchificio e gli altri prodotti agricoli coltivati nella stessa terra, dai contadini ed i coloni che raggiungevano questo posto da tutte le zona del Salento, anche dal Capo di Leuca.

Monteruga
Case di Monteruga

Tradizioni del borgo Monteruga

Ma Monteruga non era solo lavoro. Una grande famiglia, dove si condivideva ogni momento della vita. D’estate arrivavano anche i bambini dei campi estivi a portare gioia e allegria, si facevano grandi feste all’aperto, ci si imbellettava e si passeggiava.

Si festeggiavano i santi, come si conveniva. Era Sant’Antonio Abate il santo protettore di Monteruga, e ogni anno, il 17 gennaio, una grande processione attraversava il villaggio. Nei ricordi di chi quel luogo lo ha vissuto, pare indimenticabile la bellezza di quel giorno, soprattutto per chi al tempo era bambino e per la ricorrenza riceveva in dono un pallone di cuoio o una bambola.

Indelebili anche i ricordi legati all’annuale processione in onore del Corpus Domini, quando le donne, in segno di devozione, appendevano per strada, su fili di ferro, il loro corredo, faticosamente ricamato nelle poche ore di riposo. Erano bei momenti, in cui si annullavano le differenze sociali e di ruolo, e si stava tutti insieme: coloni, fattori, amministratori. A Monteruga sono nati amori, ci si è sposati, si sono cresciuti i figli, ma non si moriva. Qui non si celebravano i funerali, come se a predominare dovesse essere solo il trionfo della vita.

Le case cittadine

Ogni famiglia aveva la sua casa, tutte, tranne una, con il bagno in comune all’aperto. Le case dei coloni, una camera da letto e la cucina, erano disposte in fila e si rincorrevano per i tre lati del grande porticato che circondava la piazza principale, seguendo la regola “una porta, una famiglia”. Distante da queste abitazioni, la casa della maestra elementare, voluta in quel luogo per garantire quella che al tempo era definita l’“igiene morale”.

Monteruga oggi

Ad oggi Monteruga è una delle Ghost Town più famose d’Italia. Non è più quel paese ricco di vita e popolato da gente dinamica ed operosa, ma si presenta come un luogo deserto ed abbandonato. I suoi edifici sono ancora in piedi ma si presentano lugubri e impregnati di nostalgia per quel che è stato.

Nonostante i cartelli esterni che delimitano una proprietà privata, e lo scenario inquietante e desolante che si presenta, molti curiosi si avventurano ugualmente in questo angolo e pezzo di Salento dimenticato in terra d’Arneo , ad esplorare questo “scorcio di passato“, che continua a vivere, malgrado la sua triste storia, e a mostrare le sue caratteristiche più peculiari a tutti coloro che praticano ed amano il cosiddetto “turismo dell’abbandono”, ovvero il piacere che si può provare visitando tutti quei luoghi fantasma che puntellano il nostro territorio.

L’atmosfera della piazza abbandonata richiama i tanti film con scenari apocalittici. Sembra che il paese sia stato abbandonato da un momento all’altro e che la natura si stia impossessando dei suoi spazi in modo inesorabile.

Tuttavia, la bellezza del borgo non ha mai smesso di ammaliare i visitatori e se Monteruga ha dovuto fare i conti con lo spopolamento e la perdita della vitalità offerta dai suoi abitanti, oggi appare permeato da un fascino spettrale e nostalgico.